Trashed: come ti trasformo il pianeta in un cumulo di rifiuti!!

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Si è chiusa ieri (domenica 9 febbraio) la tre giorni di proiezioni del docufilm “Trashed”. Gli incontri, inseriti nell’evento “Rifiutiamo le Discariche” che si concluderà domenica 16 febbraio con la Tavola Rotonda a cui parteciperanno alcuni Portavoce del Movimento 5 Stelle, sono serviti per avviare una seria riflessione sugli effetti ambientali e umani di una gestione sconsiderata dei rifiuti.

Il documentario firmato e diretto da Candida Brady, è un prodotto indipendente della americana Blenheim Films e vede come unico “protagonista” l’attore Jeremy Irons il quale ci racconta, con appassionato coinvolgimento, l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti.
La pellicola analizza, in più di un’ora e mezza di immagini forti e che di sicuro non lasciano indifferente lo spettatore, lo stato di assoluta insostenibilità in cui l’intera popolazione mondiale si è cacciata con le proprie mani, denunciando non solo le cause ma anche gli effetti che queste pratiche miopi e autolesioniste, già producono nella vita quotidiana di ognuno.

Con il coinvolgimento della comunità scientifica e il supporto di dati e statistiche significative, il documentario parte con l’analizzare la madre di tutte le problematiche legate ai rifiuti: lo stoccaggio, evidenziando come ormai ogni tentativo di accumulazione indiscriminata, sia miseramente fallita. A supporto di tale tesi, la Brady denuncia con inequivocabili sequenze, uno stato di totale degrado ambientale, ma fatto più grave, come tale stato incida profondamente sulla salute, non solo delle comunità che vivono dentro o ai margini di tali discariche, ma anche di aree antropiche collocate a diverse migliaia di chilometri. Emblematica è la discarica a cielo aperto di Sidone, antica città libanese che è anche l’immagine scelta per la locandina del film. Ebbene migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti sparsi su Km di spiaggia alla mercé di intemperie e mareggiate che, trasportati dal mare,  portano il proprio potenziale inquinante nelle coste della Turchia, Grecia, Cipro e Italia.

Ma quello delle discariche a cielo aperto non è solo un problema di aree sottosviluppate, anzi. È dimostrato come ogni tentativo di isolamento del percolato (liquami prodotti dalla decomposizione dei rifiuti con un alto carico inquinante e pericolosi per la salute umana) fallisca miseramente difronte ai cicli naturali. Paul Connett, scienziato statunitense e Professore di chimica alla St. Lawrence University, spiega che la natura funziona a cicli. “Crea e distrugge, crea e distrugge”. L’impietosa semplicità con cui essa regola i propri cicli, sono il principale fattore che inficia ogni sforzo di “alienazione” dell’opera artificiale dell’uomo da tali fenomeni, sia essa positiva o negativa. In altre parole, per quanto il genere umano possa sforzarsi di fare, la natura si riapproprierà sempre dei propri spazi per reinserirli all’interno dei propri cicli. Il più classico dei modi è attraverso i comuni movimenti geologici. È sufficiente un lieve smottamento per creare fratture in grado di determinare fuoriuscite di sostanze percolanti. Per non parlare poi delle frane. In realtà è talmente evidente la precarietà di ogni sistema di ritenzione attuata ad opera dell’uomo che appare incomprensibile l’idea di continuare su tale strada, soprattutto in relazione all’elevatissimo prezzo da pagare in caso di “evento”: inquinamento delle falde acquifere e conseguente inserimento di sostanze altamente tossiche nella catena alimentare umana. Senza contare poi i problemi legati allo spazio. Appare incomprensibile la scelta di sottrarre intere aree di qualità (perché collocate in territori geologicamente sicuri) alle coltivazioni, in un pianeta in cui milioni di persone non ricevono il quantitativo minimo giornaliero di cibo necessario alla sopravvivenza.

Altrettanto miope e rudimentale la soluzione adottata per limitare l’uso delle discariche. Contravvenendo al primo e più elementare principio noto a chiunque come la legge di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Esimi genii hanno pensato bene che la soluzione fosse bruciare il tutto, secondo il “de noantri” principio che “occhio non vede, cuore non duole”.

Il problema è che ciò che viene bruciato, non si trasforma in volatili sostanze al fresco profumo di lavanda, ma in mix di sostanze pericolose formate da gas altamente tossici, polveri sottili e diossine che si espandono nell’aria per poi riconcentrasi e ricadere su campi, case e falde acquifere. Fra queste, quelle più tossiche in assoluto sono le diossine. È su queste ultime che l’autrice si sofferma più che per le altre. Le diossine sono molecole comunemente prodotte dalla combustione di sostanze organiche (a base di carbonio) e per questo già riscontrabili naturalmente, perché prodotte da incendi boschivi e dai vulcani. Quelle alogenate, ovvero prodotte dalla combustione di particolari rifiuti, sono le più dannose. Esse sono infatti in grado di penetrare negli organismi viventi e rimanerci per moltissimi anni, interferendo con il normale funzionamento dell’organismo o procurare il cancro. Ma il fattore più importante è rappresentato dall’assoluta impossibilità degli organismi viventi di liberarsene, anche nel tempo, una volta penetrate. Non disponendo di enzimi in grado di scindere tali molecole, queste si accumulano nel corso degli anni e già da bassissime concentrazioni, sono in grado di interferire con i meccanismo biologici degli individui ospitanti. Connett ci spiega che, mentre l’essere umano uomo non ha alcuna possibilità di espellere diossine dal proprio organismo, la donna invece dispone di un sistema. Ce lo dice con agghiacciante chiarezza, citando testualmente: “questo sistema si chiama avere un bambino”. Accumulandosi nei tessuti adiposi della donna, si trasferiscono al feto durante tutto il periodo di gestazione. Nel feto tali sostanze iniziano subito il loro potere di interferenza con i normali processi biologici, procurando ritardi nello sviluppo e gravi malformazioni. Emblematica è la condizione di moltissimi bambini nei villaggi del Vietnam, contaminati da un particolare erbicida denominato “agente arancione” contaminato con una potente diossina. Purtroppo a distanza di moltissimi anni, in quei villaggi, si continuano a verificare un numero eccessivo di nascite di bambini gravemente deformi e purtroppo il fenomeno non sembra diminuire.

Concludendo. La pellicola per ben due terzi della sua durata, dimostra che sia l’utilizzo di discariche che l’incenerimento, sono sistemi che hanno ampiamente palesato la propria inefficienza, perché di fatto non eliminano il problema, ma, se possibile, lo aggravano, costituendo un immenso e costante pericolo per la salute dell’uomo. È necessario quindi, dice la Brady, un cambio radicale dello stile di vita, dell’economia e del sistema industriale e produttivo. Non è più sostenibile una popolazione mondiale legata a fallimentari modelli consumistici, capace di produrre quantità immense di rifiuti. Il documentario si conclude dando un indicazione precisa. L’unica strada percorribile è quella della riduzione massiccia della produzione dei rifiuti, tendere il più possibile al riuso e investire nell’industria del riciclo.

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