Dai tavoli di Matera e Ferrandina una sfida: considerare il rifiuto una risorsa

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Si è concluso con gli incontri di sabato 15 e domenica 16 febbraio, il ciclo di eventi Rifiutiamo le Discariche, voluto e organizzato dai gruppi locali di Matera e provincia del Movimento 5 Stelle. Una due giorni davvero ricca di contenuti, nella quale si è cercato di analizzare il tema dei rifiuti sotto i suoi molteplici aspetti. Mentre nel convegno di Ferrandina i puntuali interventi di Anna Maria Dubla (Presidente dell’Associazione Ambiente e legalità) e Andrea Spartaco (giornalista d’inchiesta e autore del docufilm “Amara Lucania”), hanno dato la visione d’insieme, una sorta di “stato dell’arte” della condizione lucana sul fronte della gestione dei rifiuti, nel tavolo di Matera, l’intervento dei Portavoce di Camera e Senato del Movimento 5 Stelle ha fissato i paletti entro cui costruire una soluzione politica, amministrativa e produttivo-economica, più lungimirante non soltanto per il bene dell’ambiente ma anche e soprattutto per l’uomo.

Moderati dalla Portavoce lucana del M5S Mirella Liuzzi, sono intervenuti Stefano Vignaroli (eletto in Lazio), Vega Colonnese (eletta in Campania), Mirko Busto (eletto in Lombardia), Carlo Martelli (eletto in Piemonte) e il nostro Vito Petrocelli.

Come già anticipato, dall’incontro di sabato a Ferrandina è venuto fuori un quadro desolante. Le immagini e le parole dei relatori, hanno testimoniato che la Basilicata versa in uno stato di totale degrado, in cui pseudo-discariche lasciate in balia degli eventi e del constante rischio idrogeologico, contribuiscono a ravvivare il bel panorama paesaggistico di una Regione che, a detta dei sui governati, punta sul turismo e sull’agricoltura. Basilicata “Bella Scoperta”, recita il claim scelto dall’APT per promuovere la nostra terra nelle borse turismo internazionali. E infatti ogni volta è una bella scoperta, apprendere che su tutto il territorio, insistono micro, mini e piccole discariche i cui sversamenti di tal quale contravvengono ad ogni principio di buonsenso, ma soprattutto alle direttive europee (in particolare la famigerata 99/31/CE già recepita in Italia con il D.Lgs n.36 del 13 gennaio 2003).

Drammatica la condizione della discarica in C.da Venita di Ferrandina che, a causa delle forti piogge degli ultimi mesi, è stata interessata da frane diffuse causate dalla acque del fiume Basento. La giornalista del Quotidiano della Basilicata Margherita Agata, ha mostrato ai convenuti, un video in cui è palesemente visibile lo stato di pericolo e gli ingenti danni prodotti, per l’ennesima volta, dalle instabili condizioni di un’area in perenne stato di dissesto idrogeologico. Ma fatto più grave, dal più che probabile rimescolamento di percolato prodotto dalla discarica con i fanghi del terreno circostante e le acque del fiume Basento. In altre parole in Basilicata non siamo neanche all’anno zero.

Diverso il registro dell’evento materano, più indirizzato su questioni programmatiche, grazie anche al contributo di due membri della Commissione Ambiente alla Camera e al Senato. Dopo l’introduzione ai lavori del Tavolo, fatta dalla moderatrice Mirella Liuzzi, il primo intervento è toccato al Parlamentare romano Stefano Vignaroli. Molto incisivo è stato il racconto della sua esperienza personale come cittadino che ha dovuto fronteggiare una lunga battaglia contro la discarica delle discariche: Malagrotta. Battaglia vinta grazie all’unione e alla costituzione di un comitato che caparbiamente ha percorso tutte le strade possibili, arrivando poi alla Commissione Europea. Di rilievo la conclusione di Stefano. Partendo infatti dall’analisi delle problematiche specifiche che comporta avere una discarica sotto casa, Vignaroli è arrivato ad indicare una possibile risoluzione, adottando stili di vita differenti che riducano, o addirittura, annullino qualsiasi impatto ambientale. Potremmo dire hashtag #riduzione: non basta far chiudere le discariche è necessario, contestualmente, ridurre la produzione di rifiuti.

La Parola è passata poi a Mirko Busto, il quale riprendendo quanto già detto dal collega, ha esteso la questione del riutilizzo ponendo l’accento sui sistemi di progettazione e produzione industriale. Ci dice Mirko, “non basta adottare degli stili di vita a basso impatto ambientale”, perché spesso questi si scontrano con sistemi produttivi che fanno di tutto per impedire comportamenti virtuosi. L’esempio tipico è quello del prosciutto nei supermercati: 4 fette di prosciutto in una vaschetta di plastica o avvolti in carte speciali formate da diversi strati di plastiche differenti. È ovvio che sarebbe impossibile differenziare quel rifiuto. È ancora più ovvio che, spesso, è proprio il contenitore a trasformarsi poi in un rifiuto. Un altro esempio è costituito da contenitori e imballaggi costituiti da molteplici parti e materiali differenti, o ancora prodotti potenzialmente riciclabili che però hanno bisogno di un lavoro (e quindi energia) preliminare di disassemblaggio, prima di poter essere riciclato. E allora perché non prevedere un modello produttivo che, già dalla progettazione, preveda un basso impatto ambientale per tutto il ciclo di vita del prodotto. “Il problema è che qui c’è una politica, una politica che spesso ha un orizzonte di progettazione troppo a corto raggio”. Con queste parole Mirko chiude il suo intervento dicendoci che solo chi è libero dai vincolo di dover seminare il consenso a tutti i costi, è libero dai condizionamenti dei gruppi di potere (lobby), può non solo proporre, ma anche portare a vanti e realizzare cambi radicali, come quelli discussi in questo tavolo.

Sul fronte della trasparenza invece, ha virato l’intervento di Vega Colonnese, Parlamentare campana che ha sottolineato come spessissimo, l’opinione pubblica venga tenuta allo scuro di situazioni che invece dovrebbe conoscere. Nello specifico Vega si è riferita al processo “a porte chiuse” contro Bassolino e i vertici di Impregilo e di come le testate giornalistiche locale e gli organi di comunicazione in generale, ma sopratutto le stesse Procure, tendano a oscurare le informazioni relative a fatti gravi e rilevanti che i cittadini devono conoscere a tutela della propria salute e di quella dei propri cari.

Quanto possiamo fare realmente noi per cambiare le cose. Con questa frase esordisce Carlo Martelli nel suo intervento. Fa una serie di esempi, ma è evidente sin da subito che vuole porre l’attenzione su un aspetto fondamentale. Le nostre scelte e i nostri comportamenti condizionano pesantemente le scelte amministrative, politiche e economico-produttive. Una sorta di rovescio della medaglia rispetto agli interventi di chi lo ha preceduto. Se è vero, come è vero, che il settore produttivo, attraverso la pubblicità (consiglio per gli acquisti, diceva qualcuno), condiziona pesantemente le scelte dei consumatori, allo stesso modo scelte differenti di consumatori (cittadini magari è meglio) più consapevoli possono, altrettanto pesantemente, condizionare non solo scelte di tipo produttivo/industriale, ma anche, e direi sopratutto, politiche e economiche.

È toccato poi al nostro Vito Petrocelli, il quale, come è sua consuetudine, ha rimesso in fila le argomentazioni per arrivare ad inquadrare il “rifiuto” da un’altra prospettiva. Ci dice Vito che l’industria produttiva, l’advertising in particolare, ci induce a vedere il “concetto di rifiuto” come qualcosa di negativo, sporco, da allontanare dalla nostra vista. Se così fosse, l’unico rimedio sarebbe quello di raccogliere e trasportare fuori dai centri abitati, tonnellate e tonnellate di pattume immondo e conferirlo in luoghi nascosti alla vista dei più. Questo è quello che succede nella realtà, dove appare per giunta normale considerare questo processo (raccolta, trasporto e smaltimento) un servizio che va pagato e che deve gravare sulle tasche dei contribuenti (TARES, TARSU, TRISE, ecc. ecc.), perché sono loro a produrre qualcosa che poi non vogliono vedere sparso lunghe le strade e i marciapiedi. Non solo. I tanti nomi scelti per identificare un unica tassa (quella sui rifiuti – ndr), hanno un comune denominatore. Stabiliscono l’ammontare del dovuto non in base ai volumi effettivi di rifiuti prodotti, ma ai volumi presunti, tirati fuori cioè moltiplicando coefficienti stabiliti per mezzo di misurazioni statistiche (presunte per l’appunto) per la superficie di suolo pubblico occupato. In altre parole nessun incentivo a produrre meno rifiuti, perché chi abita in un casa di 100Mq e adotta stili di vita a basso impatto ambientale, paga di più di chi abita in un monolocale di 40Mq e produce quantità infinite di spazzatura. Cui prodest? È ovvio: a chi gestisce il servizio di raccolta, trasporto e smaltimento. E se non fosse come vogliono farci credere? Se da una concezione negativa del rifiuto si passasse ad una concezione positiva? Se il rifiuto, avesse intrinsecamente un valore commerciale, potrebbe passare dall’essere un costo a divenire un ricavo? Questa la sfida lanciata da Petrocelli, a cui egli stesso risponde  positivamente. Già ora è possibile riconvertire il sistema di gestione dei rifiuti e introdurre meccanismi virtuosi in grado di trasformare il rifiuto da pattume, schifezza, spazzatura, a risorsa vendibile all’industria del riciclo o quelle operanti nel settore delle rinnovabili (vere), è necessario però cambiare radicalmente l’approccio. Il rifiuto visto non più come un costo ma come un opportunità.

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